Il paradosso del Terzo settore

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Il paradosso del Terzo settore

Perché servono condizioni fiscali ed economiche ad hoc per far crescere chi aiuta i più fragili.

Dal 1° gennaio 2026 è diventato pienamente operativo il nuovo regime fiscale previsto dalla Riforma del Terzo settore, al contempo le difficoltà applicative emerse in questi mesi non sono solo dettagli tecnici, ma mettono a nudo una questione identitaria e strategica di fondamentale importanza: senza un trattamento economico e fiscale di favore e proporzionato, le realtà più piccole e gli enti che si occupano dei più fragili rischiano di non reggere la sfida della crescita e della sostenibilità. Un vero paradosso del Terzo Settore!

Quando il povero e le piccole realtà erano al centro del sistema

Per buona parte del Novecento, il fisco italiano ha guardato con specifico favore alle istituzioni di assistenza e beneficenza. Con il D.Lgs. n. 460/1997 sulle Onlus, pur allargando la platea dei beneficiari, la condizione decisiva per accedere alle agevolazioni rimaneva l’intervento a favore di persone svantaggiate o in condizioni di disagio fisico, economico o sociale. La logica era chiara: sostentamento mirato e riduzione del carico fiscale a chi svolgeva una funzione solidaristica diretta e spesso operava sul territorio con risorse limitate.

Il grande spostamento e il rischio per le piccole associazioni

Con la riforma avviata nel 2016 e attuata nel 2017 (Codice del Terzo settore e Runts), il baricentro si è spostato verso la nozione generale di “interesse generale”. Se da un lato questo ha giustamente riconosciuto il valore sociale di molteplici attività culturali, educative e ambientali, dall’altro ha generato un appiattimento normativo.

Oggi, piccole associazioni di volontariato locale e grandi imprese sociali o società di capitali che possono distribuire utili (seppur parzialmente) beneficiano dello stesso perimetro normativo, ma affrontano costi di compliance e fiscali sproporzionati. Trattare allo stesso modo realtà economicamente strutturate e piccole organizzazioni che vivono di donazioni ed erogano servizi di assistenza diretta crea un paradosso nel quale si finisce per penalizzare chi ha meno risorse strutturali per far fronte alla burocrazia e alle imposte.

Il costo del lavoro e la sostenibilità delle piccole realtà

Sul piano pratico, la ridefinizione delle attività commerciali e non commerciali incide pesantemente sull’Irap e sul costo del personale dipendente (educatori, operatori sociosanitari, assistenti). Per le piccole associazioni e gli enti impegnati sui servizi alla persona, il peso del tributo e del costo del lavoro rappresenta un ostacolo insormontabile per la stabilità e l’eventuale crescita dell’organizzazione.

Nonostante i recenti interventi del Governo per evitare aumenti Iva e calmierare l’impatto Irap, il quadro resta frammentato ed intervenire modificando un tributo alla volta non basta a dare fiato alle piccole realtà e a quelle impegnate nel sociale puro.

La leva fiscale come motore di crescita per l’intero Terzo Settore

Per far crescere davvero l’intero Terzo Settore italiano non serve un’uguaglianza formale che metta tutti sullo stesso piano, ma una progressività e una differenziazione premiale.

Servono urgenti agevolazioni proporzionate alle dimensioni, in cui le associazioni più piccole, quelle che nei fatti costituiscono l’ossatura del volontariato italiano, necessitano di regimi contabili e fiscali fortemente semplificati, esenzioni ad hoc e una drastica riduzione degli adempimenti burocratici.

Occorre inserire una premialità per l’assistenza alle categorie disagiate, ovvero di chi si prende carico direttamente delle marginalità, della povertà e della disabilità deve poter contare su detrazioni fiscali rafforzate per le donazioni ricevute, abbattimento del cuneo fiscale sul lavoro di cura e aliquote Irap/Ires azzerate o privilegiate.

    E’ necessario creare una certezza e stabilità normativa, in quanto regole chiare e omogenee sono la precondizione minima affinché le associazioni possano pianificare investimenti, assumere personale e ampliare la propria offerta di servizi sul territorio.

    Conclusione

    Il legislatore è oggi chiamato a una scelta di fondo: trattare tutti gli enti non profit allo stesso modo, indipendentemente dalla loro dimensione economica e da chi assistono, oppure riconoscere una fiscalità su misura che protegga le piccole associazioni e valorizzi chi lavora a fianco degli ultimi.

    Garantire sostenibilità economica e un fisco amico a chi aiuta i più fragili non è una spesa per lo Stato, ma il miglior investimento per far crescere un Terzo Settore forte, diffuso e veramente inclusivo.

    Maurizio Abbate